DRAGPENNYOPERA

Note di drammaturgia e regia

La composizione di questo spettacolo si ispira, soprattutto nei temi e nella struttura, a “The Beggar’s Opera” di John Gay. Questa commedia musicale scritta nel 1728 nasce come reazione a un certo teatro lirico dell’epoca: soggetti inverosimili, messe in scena pompose, spettacoli che rincorrono mode (legate soprattutto alle opere italiane).
“The Beggar’s Opera” in origine era addirittura stata concepita per essere cantata a cappella, senza accompagnamento musicale, opera dichiaratamente e orgogliosamente povera. Povera di mezzi ma ricca di spirito, operetta satirica e pioniera, sferzante nella sua critica sociale. Lo spunto fu offerto a John Gay, pare, da Jonathan Swift, che gli suggerì di scrivere una sorta di “pastorale dei bassifondi” da ambientare nel carcere di Newgate, tra ladri e prostitute. (Swift, oltre a raccontare di viaggi in mondi di nani e giganti, era quello che in “Una modesta proposta” proponeva di mangiare i bambini in esubero.)

A raccontare questa fiaba buia, cinque attori uomini travestiti da donna. La drag queen, maschera teatrale postmoderna, clown dell’eccesso in bilico tra pop e melò, esagerata e smaccatamente finta, è la nostra strada per indagare personaggi al limite come questi.
Il bandito Macheath, che ripercorre la vicenda a ritroso come la voce di un vecchio film, o piuttosto un’ombra sulla coscienza, è la presenza-assenza viscerale che anima ogni gesto di queste strane donne, che hanno la voce di Mina e il corpo di un maschio. E queste creature, anfibie e multiformi per loro natura, si muovono in uno spazio scenico precario, come in bilico sul piano inclinato di una catastrofe. La frammentazione dello spazio scenico procede di pari passo con un testo esploso, mescolato a canzoni in playback, coreografie, continui cambi di punto di vista, continui dentro-fuori dall’azione scenica.

È un mondo dove tutto è consumato e lacero: un mondo che ha ormai perso il suo splendore. I costumi e la scenografia ne conservano solo poche tracce che covano, sotto le ceneri laviche del presente, pronte ad esplodere in un lieto fine dichiaratamente falso e falsamente liberatorio, fra drappi fucsia e lamé.

Il linguaggio teatrale delle Nina’s Drag Queens è un pastiche di citazioni, affettuose parodie, brani cantati in playback. Procede per frammenti, accostamenti eccentrici, continui spiazzamenti. John Gay miscelava la musica colta e la canzone da osteria, la presa in giro del “gran teatro”, la satira più nera, e soprattutto adattava canzoni già note al pubblico, fossero ballate o arie d’opera. Allo stesso modo, noi attingeremo al repertorio della musica contemporanea, reinventando (grazie alle composizioni originali di Diego Mingolla) alcuni riferimenti dell’immaginario pop che ci circonda. E lo faremo con la stessa allegra ferocia messa in campo da Gay, sotto il segno di un umorismo amaro e politicamente scorretto.

Vogliamo ingaggiare il pubblico in un gioco teatrale che sia un’opera buffa e, insieme, un’opera seria. Un cabaret agrodolce, dai tratti mostruosi e scintillanti. Un ritratto a colori della nostra umanità così nera.

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